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GIOVANNI GASTEL

Giovanni Gastel, prima di essere «un gentiluomo-artigiano dotato di sense of humour», da oltre trent’anni è uno dei più importanti fotografi e artisti internazionali.

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Autore di grandi campagne di advertising fino a maestose esibizioni di fine art, ha regalato il suo 'chic touch' a tutte le riviste – di moda e non – del mondo. È nato a Milano nel 1955. Ha iniziato giovanissimo, dando subito prova di essere una persona che ha stipulato un patto con la bellezza: quella autentica, in grado di 'salvare il mondo', come diceva Dostoevskij. Gastel ha dimostrato di essere in grado di rinnovare costantemente il suo linguaggio, vincendo nel difficile compito di riuscire a essere riconoscibili sempre e comunque. Ed è 'eleganza' la keyword del suo stile: eleganza, «in senso etico più che estetico»

 

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PARLANDO CON GIOVANNI GASTEL

Quanto è importante la dimensione narrativa, nel suo lavoro?

È tutto. Ma si tratta sempre di un racconto che mi riguarda. Le mie foto sono messaggi in bottiglia: chi vuole “leggerli”, ne trarrà le conseguenze.

C’è una storia che lei si racconta e racconta al suo team, prima di realizzare un servizio?

Non parlo molto. Sono della vecchia scuola: sono i miei ragazzi a dover “rubare” quello che accade. Non ho lezioni da dare. O forse sì, ma non mi sento un docente. Anche perché io stesso non so il risultato finale del mio lavoro. C’è una dimensione di sorpresa che riservo anche a me stesso.

Quindi niente format “premeditati”?

No. Ho sempre avuto bisogno di apparecchiature che diano un’immagine immediata. Una volta che la vedo, imprimo alla “storia” una svolta emotiva imprevista. Perciò non può esserci una “trama” circoscritta. L’unità del mio stile sono io. Ogni giorno provo a visualizzare un processo che mi porti alla “foto assoluta”, quella che mi darà la tranquillità definitiva. Ovviamente questo non succede, per fortuna. Non c’è un andamento progettato, ma uno che si costruisce nel suo farsi.

Qual è e qual è stata, quindi, la sua evoluzione?

Posso dire che in ciò che faccio c’è un’identità molto forte: la mia, ma sono gli altri, spesso, ad offrire una chiave di critica del mio lavoro.

La fotografia è sedurre? E chi è il sedotto e il seduttore tra fotografo e soggetto?

È sempre un atto di seduzione. Dura un momento: ma se quel momento non c’è, è terribile. Una bella foto deve contenere passione, sprigionata da chi fotografa e da chi è fotografato.

E la bellezza, che cos’è?

Un insieme di difetti. Ed è quella individualità che cerco. Anche nelle modelle.

Pochi sanno che oltre a essere fotografo, è anche poeta. Che relazione esiste tra la creatività applicata alle immagini e alle parole?

Uso la fotografia per parlare delle cose che non posso mostrare, è la mia indagine sul meraviglioso. Uso le parole per dire cose che normalmente non posso dichiarare, è la mia indagine sulle paure.

Quanto conta l’unicità per lei?

È fondamentale. Chi sopravvivrà alla valanga di immagini, alla catalogazione banale della realtà saranno solo gli autori. Però, come per le impronte digitali, ognuno di noi è unico. E l’unicità di ognuno deve diventare il suo punto di forza. Costa fatica, certo. Ma è importante “trovarsi un aggettivo” e su quello costruire un’individualità che sia la nostra maniera di stare al mondo. E nel mondo. Io ero molto timido, agli inizi. Della mia timidezza ho fatto un’estetica.

La creatività: s’impara o appartiene al nostro dna?

É una condizione dello spirito con cui si nasce: ma, nello stesso tempo, si può nutrirla con la curiosità di conoscere argomenti di ambiti diversi. Portano la tua poetica più lontano.

La sua foto preferita, in assoluto?

Quella che scatterò domani.

 

THE LOOK

'Lo stile è in ognuno di noi' bisogna solo trovarlo e farlo diventare l’elemento della propria estetica. Così Giovanni Gastel, nell’intervista della serie '200 Steps', predilige un look dal tono classico ma inconfondibile che rispecchia appieno la sua personalità e la sua estetica.


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